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Comuni: tanti dipendenti ma niente investimenti

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Comuni: tanti dipendenti ma niente investimenti

Secondo l’articolo 114 della Costituzione i Comuni, messi al primo posto come Enti costitutivi della Repubblica, sono seguiti dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. Quindi la Repubblica è in primis costituita dai Comuni, che sono gli organismi di base essenziali su cui è costruita l’Italia.
Invece, in questi settant’anni di democrazia, lo Stato centrale, formato da Camere e Governo, ha considerato i Comuni come periferie e i sindaci come vassalli, cui dare ogni tanto un contentino o una caramella perché stessero buoni.
Però poi ci si rivolgeva ai sindaci quando era il momento delle elezioni, perché diventassero collettori di voti per questo o quel partito. Voti scambiati con i bisogni dei cittadini, trasformando questo processo in una volgare mercificazione della democrazia.

I circa ottomila sindaci non hanno mai letto tale articolo 114, perché non si spiegherebbe altrimenti come non si siano resi conto dell’importanza dell’Ente locale nella struttura dello Stato. E non hanno neanche tenuto conto dell’articolo 118, il quale sulla base del principio di sussidiarietà afferma il seguente processo: faccia la Provincia quello che non può fare il Comune; faccia la Regione quello che non può fare la Provincia; faccia lo Stato quello che non può fare la Regione.
Dunque, ancora una volta la Costituzione mette in prima linea i Comuni e solo successivamente Province, Regioni e Stato, anche se consente a quest’ultimo il potere sostitutivo quando Comuni, Province e Regioni non fanno quanto dovrebbero (articolo 120).
I sindaci non si sono resi conto di essere i primi attori della Repubblica italiana, non hanno esercitato il loro potere-dovere per far crescere il benessere dei propri cittadini, non hanno messo in cantiere progetti di sviluppo, di costruzione di opere pubbliche, di riparazione del territorio. Con la conseguenza che vi sono migliaia di Comuni in pre-dissesto finanziario dovuto alla cattiva gestione economica delle risorse a disposizione e tanti altri già in dissesto, con la conseguenza dello scioglimento degli organi politici, dell’abbattimento dei crediti e di una gestione commissariale dell’ordinaria amministrazione.

I sindaci, per la loro pochezza, hanno perseguito la strada più facile, che è stata quella di acquisire il consenso scambiandolo con il bisogno dei propri cittadini, anziché progettare e realizzare disegni economico-sociali di ampio respiro e di medio-lungo periodo, che avrebbero consentito di avere dei ritorni in termini di aumento di Pil comunale e di occupazione.
Gli organici dei Comuni sono stati farciti con personale in parte inutile e in parte senza competenze per le funzioni cui erano preposti. Così i primi cittadini hanno sfasciato gli Enti amministrati e, ancora peggio, non hanno inserito le necessarie innovazioni per razionalizzare le spese, diminuendole, e per aumentare l’efficienza e quindi il numero e la qualità dei servizi prodotti a favore dei propri cittadini.
Grave è anche non avere adottato procedure essenziali per il controllo dell’evasione e per la riscossione dei propri crediti tributari, che mediamente superano la metà delle entrate.

I sindaci, inoltre, non hanno effettuato il loro primo dovere: quello di controllare con assiduità e approfonditamente il proprio territorio. Hanno chiuso gli occhi sugli abusi, hanno consentito lo scempio di costruzioni sul letto dei fiumi o in riva al mare, non hanno vigilato che il consumo del suolo fosse adeguato a uno sviluppo sostenibile e non a un’espansione selvaggia del cemento, che ha rovinato estesi territori.
I sindaci si lamentano di non avere soldi: non è vero. Hanno soldi, ma li spendono male perché hanno un eccesso di personale e perché parte di esso non è competente e quindi inefficiente. Non sono capaci di produrre i progetti per opere cantierabili che sarebbero finanziati dall’Unione europea o dalla Cassa depositi e prestiti. Non riescono a destinare almeno un terzo delle loro entrate agli investimenti sotto qualunque forma. Ma, peggio di tutto, non sono capaci di incassare totalmente quanto scritto nelle entrate dei loro bilanci preventivi. Questi ultimi, ridicolo del ridicolo, vengono approvati perfino alla fine di un anno per l’anno precedente. Ma che preventivi sono!?

Carlo Alberto Tregua

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